Il suo lavoro promana una forza, una tensione interiore davvero particolare, intensa. Il soggetto è collocato nel “nulla” del fondale scenografico ricco di colore nero, alla maniera caravaggesca. Mogni conosce che la pittura ha regole, passato, necessità e la sua figurazione, incapsulata in un’aura propria, posta in una sorta di movimento cinetico del suo essere, sfiora la vertigine dell’assoluto. Questa pittura è un grido, una distorsione, una lesione degli schemi ricorrenti. Lo spazio, così oscuro e che può contenere il bene ed il male, spalanca il dubbio all’osservatore. L’io e l’esterno, in qualche modo, vengono a convergere in una visione che annulla il tempo, non c’è più un prima ed un dopo. Nasce, così, una figura riconoscibile, strappata alle regole, riportata al dialogo, alla lettura, dentro e fuori alla storia, dentro e fuori all’uomo. Figure ricche di memoria, di personalità, di psicologia del profondo. Marcello Mogni ci offre il suo grido doloroso di un uomo che aspira ad un futuro, ad un nuovo segno e che non vuole soltanto sopravvivere nel mondo contemporaneo.
"WHERE I COME FROM” (luogo di provenienza) mostra internazionale di libro d’artista - Fondazione Andrè Demedtshuis - Wielsbeke - Belgio.
Le pieghe espressive di questi volti sono fatte dello stesso vissuto delle crepe nei muri dei vicoli della Superba... un muro infatti ha anch’esso un'anima, dei ricordi, una memoria, ci mostra nei suoi segni visibili imprigionato il respiro delle nostre storie.
La mente, come un immenso archivio, immagazzina immagini di ogni tipo, in continuazione. Qualsiasi immagine, del nostro vissuto personale, o di provenienza esterna, fotografie viste per caso, manifesti pubblicitari, foto di rotocalchi, tutto viene immagazzinato, spesso dimenticato, o sopravvive come ricordo, in ogni caso rielaborato e in parte modificato ogni volta che viene richiamato alla mente. La società reale penetra in noi in questo modo, spesso già sottoforma di immagini, che poi successivamente trasformiamo in immagini mentali. La mia pittura non consiste nel rievocare ricordi fedeli e precisi, ma è la rappresentazione di una immagine mentale riaffiorata, l’isolamento di un dettaglio visivo rimasto nell’archivio. Sicuramente immagine non del tutto veritiera, isolata, deformata, perché riemerge solo ciò che è rimasto saliente nella memoria, a volte perciò scarsamente definito ed evanescente, altre volte invece nitido, preciso e perfino grottesco nel particolare. Descrivo una umanità parallela a quella reale, ma che ne è nello stesso tempo il suo specchio e che finisce per metterne in evidenza la distorsione delle dinamiche sociali, la solitudine dei luoghi in cui essa si muove, l’isolamento sociale, ma soprattutto mentale, delle persone che li vivono. Non mi chiedo il perché filosofico o la causa trascendente dello stato delle cose, mi limito ad evidenziarne gli effetti e le cause manifeste in immagini visivamente rielaborate nella memoria.
M.M. 2007
Quella notte
"Identità in divenire" di Miriam Cristaldi
Un viso luminoso, appena percepibile nei lineamenti, dipinto da Marcello Mogni con criteri realistici e tratto da fotografie di giornali alla moda, appare alla visione come un’enigmatica e inquietante presenza che si sottrae all’operazione di codifica poiché i tratti distintivi denunciano evidenti rimozioni. Un po’ come succede quando si alita sullo specchio: si appanna l’immagine riflessa pur individuandone le fattezze. Vi si sovrappone inoltre l’idea mentale d’un campo magnetico attraverso la sequenza di “bande” verticali (od orizzontali) che solcano la superficie pittorica allo stesso modo dei “disturbi” televisivi che offendono la visione. L’artista dipinge infatti forme non pienamente concluse e concentra l’attenzione sui guasti prodotti dalle “bande visive” che attraversano il campo pittorico affinché ne sconvolgano le strutture. Una pittura, quella di Mogni, che nasce dal confronto con reperti fotografici ulteriormente distrutti, spostando così il senso da uno stato d’istantaneità a quello di costruzione codificante: “di pittura sulla pittura” come immagine di luce che si dissolve per fornire la sua quintessenza. E ancora, gli inquietanti personaggi dipinti sembrano assumere valore totemico nell’esaltante aura che li circonda; aura quale segno d’interiorità psicologica e quale energia galvanica capace di librare nel vasto magma dell’inconscio. Tali figuralità, a metà tra apparizione e realtà fisica, tra interiorità dell’essere ed esteriorità mondana, sembrano allora transitare eterei sulla scena, ora abbagliati dalle luci di vetrine ora da fari d’automobile o da vetri specchianti delle abitazioni, o ancora, immersi in fosche e funamboliche atmosfere così da oltrepassare i confini della materia per suggellare un abbraccio tra immanenza e trascendenza, tra Eros e Thanatos, tra vita e morte. D’altra parte il filosofo Paul Virilio ci suggerisce che stiamo assistendo ad un’apocalisse, cioè “alla fine di un mondo che vede la nascita di quello nuovo”: da qui il pericolo “di un’estetica siderale della sparizione e non più dell’apparenza”. Per questo motivo l’arte “… nella fase della globalizzazione, per tentare di esistere può fare riferimento al corpo, l’ultima cosa che resiste”. Ed è certamente quello a cui pensa Marcello Mogni quando colloca in ambiti urbani le sue fantasmatiche figuralità come possibili habeas corpus, vale a dire personaggi che portano il loro corpo: una sorta di parvenze spettrali che denunciano sì la sparizione, ma al contempo sanno proporre una futuribile identità, sebbene in dissolvenza.